Mercoledì, Settembre 08, 2010
   
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INTRODUZIONE

Èben nota la definizione della storia come maestra di vita. Riandando al passato, personale e collettivo, l’uomo allarga la conoscenza di sé e degli altri; impara a misurarsi dialetticamente con le altre realtà, con esperienze di vita diverse, assume così il senso della sua relatività e cresce. In questo sviluppo la conoscenza storica concorre altresì a liberare dal peso di un passato che può essere particolarmente gravoso quando si porta addosso ignorandolo.

Queste riflessioni mantengono tutto il loro valore anche in rapporto alla storia del cristianesimo.

Da esse ha avuto origine questa guida biblico-patristica nella quale il mancato richiamo alla storia precristiana e alla geografia è ordinato a conferire pıù spessore reale a persone e a episodi del cristianesimo antico.

Non si può certo dimenticare che la storia delle idee è fatta anche di spazi, di chilometri. Tanto per esemplificare, si pensi alla distanza che c’è tra Perge eAntiochia di Pisidia (cfr. At 13,14). Del pari, se si osservano gli imponenti resti del tempio di Apollo a Didima, s’intende meglio lo sforzo del cristianesimo nell’affermarsi sulla religiosità pagana. E ancora: il montanismo, movimento carismatico reazionario sorto nel II secolo, è espressione d’un temperamento religioso che si comprende bene a condizione di collocarlo in un preciso ambiente geografico: nella terra santa della Frigia.

Queste esemplificazioni ci richiamano a una realtà ben più profonda: l’odierna Turchia, ovvero l’AsiaMinore e l’Anatolia con le province limitrofe (parte dell’antica Siria, Cilicia, Cappadocia, Bitinia, Ponto, Frigia, Armenia…), è stata il paese cristiano per eccellenza. Essa ha offerto il primo e più fecondo terreno alla penetrazione del Vangelo.

A predisporre la graduale e massiccia diffusione della nuova religione hanno concorso elementi di estrazione diversa, che occorre brevemente richiamare.

Primo fra tutti il processo di ellenizzazione iniziato da Alessandro Magno e continuato dai re Seleucidi.Acostoro, eredi d’un impero che raccoglieva in sé popoli diversi per razza, religione, lingua, strutture sociali e politiche, l’unica forma di unificazione possibile parve quella offerta dall’ellenismo, vale a dire, dalla promozione della medesima lingua e cultura greca e dalla progressiva affermazione delle strutture della polis (città) greca, pur nel rispetto delle autonomie locali. Si innesta in questo impegno di unitarietà il fatto che Seleuco I Nicatore (358 ca.-280 a.C.) – stando alla tradizione – abbia fondato 59 città.

Sull’impianto unitario disposto dai Seleucidi, in epoca successiva ebbe facile presa l’impero romano che seppe garantire un’unità politica maggiore anche perché geograficamente più vasta.

Non va dimenticato che l’età imperiale, per le popolazioni dell’Asia Minore, rappresentò un periodo di tranquillità e di grande benessere. Ne costituisce segno manifesto l’incremento demografico: nel II secolo d.C. su una popolazione approssimativa di 60.000.000 sparsa nell’impero, circa 12.000.000 risiedevano in Asia Minore.Ancora più, in certi momenti, si sono contati oltre 500 comuni urbani. Unità e stabilità politiche garantite da Roma hanno evidentemente comportato un ampliamento del sistema viario, l’eliminazione di dogane interne, una conseguente fioritura commerciale, e un benessere economico che neppure i terribili terremoti verificatisi nei primi tre secoli dell’era cristiana hanno saputo scuotere.

Va tenuto ben presente che lo scambio di beni materiali è andato di pari passo con la circolazione delle idee, delle convinzioni religiose, dando così origine a fenomeni di cosmopolitismo politico e di sincretismo religioso.

Non poteva essere altrimenti per una terra in cui le opinioni più disparate su mondouomo- Dio avevano diritto di cittadinanza. Nella lunga teoria di pensatori non cristiani che l’Asia Minore ha prodotto, ci basti ricordare tra i moltissimi: Talete, Anassimandro, Anassimene, Anassagora, Eraclito, Senofane, Diogene, Eraclide, Parmenide, Zenone, Leucippo, Democrito, Epitteto, Albino. Assieme a tanti altri, questi uomini hanno concorso a formare un pluralismo di pensiero che la fortunata congiuntura economica e l’unità politica creata da Roma hanno stabilizzato. Quando il vescovo Melitone di Sardi, nel II secolo, rileverà nella Apologia indirizzata aMarcoAurelio il sincronismo tra Cristo eAugusto, non si allontanerà dal vero sottolineando i legami intercorrenti tra la prosperità dell’impero e la nascitasviluppo del cristianesimo. Felicissimo presagio di bene – scrive – è che la nostra dottrina si sia affermata assieme con l’impero e che con questo essa abbia avuto prosperi inizi (Eusebio, Storia Ecclesiastica, IV,26,8).

Nel piano divino della salvezza, lascia intendere Melitone, l’impero romano ha un suo posto.

Tra le forze che hanno concorso all’espansione del cristianesimo, un ruolo fondamentale va ascritto al giudaismo.

Le sinagoghe della diaspora sparse nell’Asia Minore non furono soltanto cause di persecuzione (Tertulliano), ma costituirono pure – almeno per il primo secolo – centri di annuncio e di diffusione della fede cristiana. Di fatto, l’ampia schiera di timorati di Dio e di proseliti che il giudaismo – pur mantenendo il suo carattere di religione nazionale – seppe raccogliere attorno a sé, rappresentò il terreno più fertile all’accoglienza di un messaggio evangelico elettivo ma non esclusivizzante. Se si considera come la presenza giudaica sia stata più marcata nelle città, nei centri commerciali, s’intenderà anche perché le prime comunità cristiane, dette parrocchie (= comunità di forestieri), si siano affermate nei centri urbani che nell’Asia Minore furono numerosissimi.

È noto come la diffusione del cristianesimo nelle città avvenne per lo più tra gli strati medi e in quelli inferiori della popolazione. In altre parole, presso coloro che, in quanto meteci, operai o schiavi, non erano strettamente vincolati al sistema politico- religioso della città antica. Ciò si comprende ancor meglio se si considera che nel mondo antico la patria è la città a cui si appartiene, da considerare come una grande famiglia con i vincoli che le sono propri. Certamente anche nelle campagne non mancò un’attività missionaria, come ci è attestato dall’istituzione dei corepiscopi (= vescovi di campagna), presenti in numero considerevole in province come la Cappadocia, la Bitinia, la Frigia, la Cilicia.

Dalla somma degli elementi fin qui accennati, riesce facile intendere perché le regioni dell’Asia Minore e, più generalmente, dell’Anatolia, siano divenute le terre cristiane per eccellenza.

In effetti, sulle 50 località conosciute che alla fine del I secolo vennero raggiunte dal messaggio del Vangelo, 24 appartengono all’odierna Turchia. Per il secolo II la penetrazione cristiana s’è estesa ad altri 51 centri, 31 dei quali ancora in Turchia. Se ne conclude, sia pure approssimativamente, che prima del 180, tra i 101 luoghi entrati a contatto con il cristianesimo, ben 57 hanno trovato sede nella terra santa della Chiesa, come ameremmo chiamare l’Asia Minore e le regioni adiacenti.

Oltretutto i nomi delle località fornite dagli Atti, dalle Lettere di Paolo, dagli altri scritti neotestamentari, come anche dai documenti del I-II secolo, proprio per il loro carattere occasionale, non esauriscono la lista delle città e dei borghi evangelizzati. Le sette Chiese ricordate nell’Apocalisse, i luoghi visitati da Paolo nei suoi tre viaggi apostolici, in e attraverso l’odierna Turchia, ci lasciano tutt’al più intravedere una situazione che l’autorità romana, per bocca di Plinio, intorno al 112 d.C., denuncia all’imperatore Traiano con un certo allarmismo: « Sono molti, di ogni età e condizione, uomini e donne, a essere chiamati in giudizio (perché cristiani) e lo saranno in seguito. Ed è che il contagio di questa superstizione ha invaso non soltanto le città ma anche i villaggi e le campagne » (Lettera X, 96). A questo punto è bene ricordare che l’impero romano in Asia Minore si mostrò rispettoso delle diverse etnie, delle tradizioni locali, delle varie situazioni sociali, politiche e religiose. Quando perciò il cristianesimo prese piede in questi diversi mondi, nel suo sforzo d’inculturazione, dovette assumere fisionomie diverse. Conseguentemente ben altro sarà il cristianesimo urbano delle città, aventi una fervida vita sociale e culturale, rispetto a quello delle zone rurali interne. Altra sarà anche la conformazione del cristianesimo siriano, legato a categorie di pensiero semitiche, persiane e mesopotamiche da quello fortemente ellenizzato che s’affermerà nella metropoli di Efeso.

Un fenomeno che permette di meglio capire questa pluriformità espressa dall’affermarsi di cristianesimi diversificati è riconducibile anche ai diversi idiomi parlati in territorio microasiatico e, più generalmente, in Anatolia. Sappiamo, infatti, che oltre al greco impostosi nelle città, e senza contare i numerosi dialetti, non erano meno di sei le lingue parlate in questa regione. È in questo clima di forme tanto varie che si colloca la nascita dell’ordinamento metropolitano e l’istituzione dei sinodi, sorti in Asia sul modello delle assemblee civili e miranti a garantire, tra l’altro, l’unità religiosa nel mondo variegato delle Chiese dei primi secoli.

Non va inoltre dimenticato che il cristianesimo, facendo il suo ingresso in Asia Minore, si trovò a contatto con un ambiente saturo di religiosità. Immigrazioni, colonizzazioni, conquiste, commerci, mutamenti di potere hanno convogliato in questa regione un numero tale di divinità e di culti, quale nessun altro paese ha conosciuto. Non meraviglia che entrando a contatto con essi il cristianesimo, in certi casi, abbia fornito un elemento in più al sincretismo religioso allora in atto. Quanto si narra dell’imperatore Alessandro Severo (222-235), che nella sua cappella privata teneva statue di Orfeo, Abramo, Cristo e Apollonio di Tiana, ai quali tributava la stessa venerazione (cfr. Eusebio, H.E., VI, 21,3), non doveva costituire un’eccezione nel mondo religiosamente carico dell’Asia Minore.

Il fatto che i cristiani di Efeso, al tempo di Paolo, avessero bruciato i libri di magia che ancora tenevano nelle loro case (cfr. At 19,19), o il constatare come, oltre la metà del IV secolo, il vescovo Pegasio d’Ilio adorasse segretamente gli dei (cfr. Lettera 78 di Giuliano l’Apostata), mostra la propensione al sincretismo con cui il cristianesimo proprio in Asia Minore dovette sostenere una dura lotta. D’altra parte, tenendo presente il grado di diffusione e di sviluppo della nuova religione in queste zone, si comprende come qui possa aver visto la luce la cosiddetta cultura cristiana asiatica e numerosi movimenti di pensiero, alcuni dei quali ben distanti dall’ortodossia. Ma non ci si meravigli: i confini tra eresia e pensiero ortodosso nei primi secoli non erano ancora così demarcati come lo furono in epoca successiva.

Docetismo, gnosticismo, marcionismo, monarchianesimo modalista e sabelliano, arianesimo, macedonianesimo, nestorianesimo, monofisismo…, per molti non sono che dottrine aberranti dal retto sentire cristiano. Eppure, al di là di ciò, esse esprimono la difficoltà nella ricerca teologica cristiana e al tempo stesso la vitalità religiosa dell’ambiente microasiatico, nel quale tali dottrine nacquero o almeno si svilupparono.

Non minore vitalità dimostrarono il movimento reazionario carismatico del montanismo sorto in Frigia nel secolo II, le Chiese novaziane dei puri, diffuse un po’ dappertutto in Asia Minore e le varie forme di monachesimo (eustaziani, messaliani…) strane e radicali.

Se queste espressioni di vivacità e di dissenso crearono problemi alle comunità dell’Asia Minore, non paiono meno pesanti le tensioni intraecclesiali concernenti il problema della Pasqua (data fissa al 14 di Nisan o data mobile?) e il problema del ribattesimo agli eretici. In entrambi i casi il rischio di consumare uno scisma tra le Chiese asiatiche, favorevoli alla data fissa e al ribattesimo, e le Chiese d’Occidente e d’Egitto era nell’aria.

È certo da connettere con tutte queste problematiche d’ordine dottrinale, di prassi liturgica, di scelte unitarie da prendere in questioni di disciplina e di morale lo svilupparsi degli incontri sinodali di vescovi. Qui non possiamo ricordarli. Basti soltanto notare che i primi 8 Concili cosiddetti ecumenici ebbero luogo sul terreno dell’odierna Turchia.

Sulla base di questi rapidi cenni si dovrà consentire con A. Harnack quando dichiara che tutti i grandi svolgimenti della religione cristiana nel II secolo (e, possiamo aggiungere noi, sino al V) ebbero in Asia il loro inizio e qui principalmente si combatterono le grandi battaglie della Chiesa.

Ancora qui il cristianesimo trovò numerosi fedeli che accreditarono la loro fede con la testimonianza del sangue.

A tale proposito va osservato che nei primi due secoli dell’era cristiana le persecuzioni, soprattutto in queste province orientali, furono causate dalle masse fanatizzate di pagani che vedevano nel rifiuto del culto agli dèi, da parte dei cristiani, il pericolo di maledizioni divine.

Se il cielo non dà acqua, se la terra si muove, se carestia o epidemie si affacciano, subito si ode il grido: I cristiani ai leoni (Tertulliano, Apologetico 40).

A partire invece dal III secolo, quando la protezione della divinità apparve l’atto politico più urgente, i motivi della persecuzione cristiana assunsero il doppio carattere politico-religioso.

Quante furono le migliaia di martiri cristiani dell’Asia Minore e dell’intera Anatolia? È una domanda senza risposta. Nondimeno si può attenuare la delusione d’ignorarlo con alcuni nomi famosi in questa schiera di confessori della fede: Policarpo, Pionio e Trasea, martiri a Smirne; Ignazio, Evodio, Babila di Antiochia sull’Oronte; Margherita d iAntiochia di Pisidia, Giacinto, Gordio, eMammas a Cesarea di Cappadocia; Antipa, primo martire conosciuto dell’Asia Minore, Carpo, Papilo,Agatonice a Pergamo; Tarraco, Probo eAndronico adAnazarbo;Marciano, Antimo e Luciano, maestro di Ario, a Nicomedia; l’intera comunità cristiana di Eumeneia in Frigia; Foca a Sinope; il vescovo Biagio e i 40 soldati martiri a Sebaste. La cristianità dell’Asia Minore non seppe, comunque, produrre soltanto dei martiri. I manuali di patrologia e di storia ecclesiastica abbondano in nomi di vescovi, di scrittori ecclesiastici, di teologi vissuti nella terra santa della Chiesa. Anche a questo proposito non possiamo limitarci che a offrire dei nomi: Teofilo d’Antiochia, Melitone di Sardi, Ireneo di Lione (originario di Smirne), Metodio d’Olimpo, Gregorio il taumaturgo, l’africano Lattanzio; i tre Cappadoci: Basilio di Cesarea, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo; i dottori della scuola teologica antiochena: Diodoro di Tarso, Teodoro di Mopsuestia, Giovanni Crisostomo; gli esponenti più in vista della Chiesa e della teologia siriana: Afraate ed Efrem il Siro; gli storici del cristianesimo primitivo: Filippo di Side, Socrate e Sozomeno… Ogni nome è come un reperto archeologico: aspetta di essere osservato, contestualizzato, sottoposto al fuoco incrociato di tanti perché.

Allora questi nomi si trasformano in persone con un messaggio da comunicarci e questa terra di Turchia torna a essere – nella vivacità di un ricordo ravvivato – l’ambiente in cui il cristianesimo s’è aperto al mondo e in cui la Chiesa è divenuta realmente cattolica.

Con questa guida biblico-patristica ci siamo prefissi appunto questo scopo: presentare luoghi ricchi di memorie cristiane e dare un volto a uomini di questa terra dell’Asia Minore e dell’intera Anatolia che hanno concorso a costruire la storia della Chiesa con la testimonianza della loro vita, mediante il loro pensiero come attraverso gli errori e i limiti della loro umanità. È una storia di uomini in cui le grandi imprese si assommano ai fallimenti: è una storia di salvezza perché riuscirebbe incomprensibile senza la forza e l’aiuto dello Spirito Santo (1Ts 1,5) che l’ha animata.

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